svezzamento autosvezzamento

Come annunciato de settimane fa l’appuntamento con la Dietista Elena Aprile cambia formula: non più solo ricette ma anche approfondimenti sull’alimentazione. Ecco quindi che oggi Elena ci parla di svezzamento, o meglio, alimentazione complementare e autosvezzamento.

Lascio subito la parola a Elena perchè questo appuntamento è davvero interessante!

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Sin da quando i piccoli sono nella pancia iniziamo a nutrirli, poi quando nascono se tutto procede secondo natura la mamma inizia ad allattarli e così continuerà per i primi sei mesi. In alternativa può scegliere di appoggiarsi al latte artificiale, ma in ogni caso sarà solo il latte l’alimento con cui si nutrirà il bambino. Poi eccoci a un nuovo passaggio nel “cammino nutrizionale“, è ora di inserire gli alimenti attraverso quello che viene comunemente chiamato svezzamento, ma che sarebbe più giusto definire alimentazione complementare.

Alimentazione complementare: perché la scelta di questo termine?

Il termine “svezzamento” significa “togliere il vizio”, e in questo caso si riferisce al latte. Sappiamo bene però che il latte non è un vizio o un capriccio, anzi. Il latte materno è un alimento specie-specifico in grado di soddisfare le esigenze del bambino cambiando la sua conformazione anche all’interno della stessa poppata. Fino ai 6 mesi circa il latte è la perfetta fonte di nutrimento, in grado di soddisfare le esigenze di sviluppo e crescita del bebè, ma anche i bisogni di contatto e conforto. Si definisce alimentazione complementare in riferimento al latte perché pian piano il cibo gli si affianca e nel tempo lo sostituirà, ma senza fretta e inutili imposizioni. Almeno per il primo anno di vita il latte rimarrà la maggior fonte di nutrimento e ad esso si uniranno assaggi di altri cibi che nel tempo diventeranno veri e propri pasti.

I diversi tipi di svezzamento

Ci sono diversi tipi di “svezzamento”, quello più conosciuto e diffuso è quello tradizionale che prevede la somministrazione delle classiche pappe con brodo di verdure a cui vengono aggiunti alimenti proteici frullati od omogeneizzati, farine di cereali e solo successivamente pastina o altri chicchi. Le quantità sono decise dalla mamma su consiglio del pediatra in base a “ricette precise” che però come avrete notato possono variare da un dottore all’altro (questo dovrebbe già farci riflettere!).
Accanto a questo metodo c’è quello che viene definito autosvezzamento, un metodo tutt’altro che nuovo (lo stesso che usavano i nostri nonni) per far prendere confidenza col cibo ai bambini senza la preparazione di pappe particolari. Ai bambini viene infatti offerto il cibo consumato dalla famiglia.
Quindi “Il bambino si svezza da solo”? In un certo senso sì, perché sceglie cosa e quanto mangiare di ciò che gli viene proposto. Si parla infatti di alimentazione complementare a richiesta del bambino ed è importante che il genitore si fidi dell’innata autoregolazione di ogni bambino.
È ovvio che il cibo deve essere il più possibile genuino e in un formato adatto alla gestione da parte del bambino. Si può scegliere di tritare ciò che il bambino vuole mangiare oppure offrirglielo in pezzi più grandi affinché se li gestisca con le sue manine in completa autonomia (in questo caso parliamo di baby led weaning).(“Ma non si soffoca?” Del rischio di soffocamento parleremo in un altro post con calma, ve lo prometto!).

Le principali differenze fra svezzamento tradizionale e autosvezzamento

La differenza principale tra lo svezzamento tradizionale e l’autosvezzamento o il baby led weaning è che nel primo caso ai bambini viene imposto un piatto in cui i sapori sono mescolati e i pasti hanno tutti lo stesso aspetto, mentre nel secondo e terzo caso si lascia che i bambini si autoregolino, sperimentando i diversi alimenti fanno tesoro di forme, colori e sapori e imparano ad associarli ai vari cibi iniziando così a definire gusti e preferenze, senza alcuna imposizione.
Non sembra anche a voi che questi metodi meno conosciuti seguano in realtà il naturale corso degli eventi e siano più rispettosi del bambino?
Vi lascio con questo interrogativo e vi aspetto per il prossimo articolo in cui vedremo insieme quando sarebbe meglio iniziare… non mancate!

 

Dott.ssa Elena Aprile

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