moda sostenibile

Moda sostenibile, questa sconosciuta. Da quando ho scelto di avere un approccio più green nella vita di tutti i giorni ho passato in rassegna tutti gli ambiti che ne fanno parte.

Ho quindi preso in considerazione la cosmesi, dove sono riuscita ad eliminare molte cose come i dischetti levatrucco usa e getta, gli assorbenti e salvaslip, i saponi in bottiglia di plastica, i cotton fioc. Sono passata poi alla pulizia con la scelta di detersivi più sostenibili e naturali sia per il bucato che per la pulizia di casa. Sono in fine riuscita ad eliminare molta plastica dalla cucina e dalla spesa alimentare con negozi sfusi e con scelte più accurate negli acquisti di utensili.

E’ possibile intervenire in ottica sostenibile anche nell’armadio?

Un grande cruccio però è sempre rimasto: i vestiti. Tutto l’abbigliamento che possiedo, ed è tanto nonostante io non sia un’appassionata di moda e tendenze, è frutto di acquisti fatti negli anni passati (io conservo molti vestiti ai quali sono affezionata e dai quali non mi separerò, ne sono certa) alcuni attenti altri d’istinto.

Come molte di noi molte volte lo shopping è stata più una scelta momentanea che una vera e propria esigenza usata per colmare altre mancanze, soprattutto nel periodo in cui ho vissuto a Milano. Un giro di shopping e la tristezza passa, è stata per molto tempo la mia soluzione. Con la conclusione di avere capi discutibili, di scarsa qualità e nella maggior parte provenienti dalle catene di fast fashion (H&M, Zara e compagnia bella). Molti di questi sono andati in beneficienza o donati ad altre persone, altri sono rimasti nel limbo de “lo indosserò prima o poi” e altri rientrano a pieno titolo nel mio abbigliamento quotidiano.

Ma il danno più grande che hanno fatto questi acquisti è stato essenzialmente uno: la convinzione che una maglietta, la banale t-shirt, abbia veramente il costo di 5 euro. Questa convinzione nella mia mente è stata veramente dura da cacciare, dopo anni di fast fashion mi è stato anche difficile valutare delle alternative. del resto se per anni hai acquistato magliette a 5 euro perchè il costo dovrebbe essere diverso?

Il grande inganno della fast fashion

Ecco il costo è diverso perchè chi lavora dovrebbe essere pagato e per me questa consapevolezza è stata ancora più dura da assorbire perchè i miei genitori hanno lavorato per anni in un’azienda che produceva tessuto e che ha spostato gran parte della produzione in Bangladesh. Si il paese che si trova spesso nelle etichette fast fashion e che qualche anno fa ha visto crollare un’azienda di produzione di vestiti causando morti e feriti. Avrei dovuto “svegliarmi” prima, mi dico spesso ma allo stesso tempo mi perdono perchè ho modo di rimediare e scegliere ora che ne ho le conoscenze.

“The true cost”, un documentario da non perdere

Una forte botta di consapevolezza mi è arrivata anche guardando il documentario “The true cost” (che trovate su Netflix) che parla esplicitamente del reale costo di ciò che acquistiamo a prezzi stracciati  nelle catene di fast fashion a cui siamo ormai abituati. Non siamo però altrettanto abituati a non essere pagati, o essere pagati pochissimo, quando lavoriamo ma troppo spesso chiudiamo un occhio se queste succede ad altri ma noi possiamo acquistare una maglietta a 5 euro.

E questo ora, in questo momento della mia vita e della mia consapevolezza, mi fa una rabbia tremenda.

Mi fa rabbia pensare che siamo disposti a fare centinaia di km in macchina, inquinando e stressandoci nel traffico, per arrivare ad un negozio dove le maglie costano 3 euro anzichè 5, e poco ci importa se dureranno una stagione, o al massimo due. Mentre la sartoria sotto casa chiude e i bidoni per la raccolta dei vestiti usati che non usiamo più traboccano di abiti acquistati a basso costo.

Mi fa rabbia perchè, nonostante tutte le mie attenzioni alla sostenibilità, non ho mai preso troppo seriamente la questione vestiti e sono caduta anch’io nel grande inganno. Come migliaia di persone, certo, ma questo non lo giustifica.

Moda sostenibile, i miei primi passi

Avendo un armadio ricco di capi fast fashion il mio primo passo verso un vestiario più sostenibile è stato quello di fare decluttering e autocritica. Nella seconda sono una versione pro, nel primo sono ancora versione baby. Ho comunque eliminato molti capi che non indossavo da anni e la cui qualità era discutibile.

Mi sono poi documentata e ho studiato molto, la moda non è mai stato il mio settore nonostante ci abbia pure lavorato (in maniera marginale ma sempre moda era) e non sono mai stata appassionata. Ma ho approfittato di chi ne sa molto più di me e ho seguito (o meglio ho abusato dei) i loro consigli. Ho rispolverato tutta una serie di vestiti realizzati anni fa da mia mamma (sarta), ho rivisto capi indossati in abbinamenti strani, che mi rispecchiano, ho rimesso ai piedi scarpe che non toccavo da anni ma che amavo da sempre. Insomma ho riscoperto un mio stile che si nascondeva proprio dietro alle maglie a 5 euro.

Ho quindi scoperto un mondo bellissimo fatto di artigianato e attenzione alla qualità, ai dettagli e ai lavoratori del tessile che mira a quello che ambisco da tempo: un armadio verde, sostenibile, fatto di capi di qualità e davvero duraturi nel tempo, al di là della moda e della tendenza.

Sono riuscita anche a fare acquisti durante i saldi, io che da mesi non compravo vestiti perchè non trovavo nulla. E tutti sostenibili, certificati e bellissimi.

Moda sostenibile, la “mia” sfida

Per quest’anno la mia sfida green è rivolta proprio all’armadio, che include anche accessori e correlati, voglio riprendere la sfida di Camilla Mendini, in arte Carotilla, che si definisce pusher di moda sostenibile, e non cedere agli acquisti nella catene di fast fashion.

Non getterò tutti i capi di queste catene, sarebbe uno spreco vero e proprio, ma li userò fino allo stremo, fino a che davvero non saranno più indossabili.

Ovviamente vi racconterò tutto nei dettagli per darvi alcuni consigli o per segnalarvi alcuni brand o artigiani da non perdere!

E voi? Quali sono le vostre scelte nel tema moda sostenibile? Vi unite a me per i non acquisti nelle catene di fast fashion?